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La fine del cemento. Torti e ragioni di una tecnologia fallimentare

LA FINE DEL CEMENTO

Oggi, 8 aprile 2020, è crollato per tutta la sua lunghezza il ponte in cemento di Albiano in Lunigiana, sul fiume Magra nel comune di Aulla. Il 17 gennaio scorso il prof. Raffaele Piero Galli, autore del libro “La fine del cemento” scriveva quanto segue.

DAL PONTE MORANDI AL CAMPANILE DEL VILLAGGIO PREALPINO

In questi giorni torna alla ribalta il tristemente noto ponte Morandi, per via di questioni giudiziarie che affiancano i celeri lavori di ricostruzione. Nel frattempo, alcuni viadotti autostradali sono nel mirino dei controllori per verificare stabilità, integrità dei giunti, salute strutturale dei pilastri, ecc. Sulla A14 tra Umbria e Marche si viaggia su una sola corsia e i tir devono mantenere i 100 metri di distanza fra loro.

Mentre l’Italia delle infrastrutture si va sgretolando, non va meglio per l’architettura civile, in Italia come nella nostra città. A metà del mese di dicembre abbiamo assistito alla demolizione del campanile della chiesa di Santa Giulia, al villaggio Prealpino di Brescia. Interamente in cemento armato, con cella campanaria in metallo, minacciava di crollare sull’oratorio.

L’11 gennaio abbiamo invece rischiato che qualcuno ci rimanesse, in piazza Loggia, sotto le lastre di rivestimento di marmo che si sono letteralmente scollate dal loro supporto cementizio. Qualcosa di simile era già accaduto in piazza della Vittoria, in via Porcellaga e in decine di altri casi.

I frequentatori dei negozi di via Veneto hanno certamente notato, nei giorni scorsi, i lavori di ristrutturazione dei portici, con l’aggiunta di nuovo “copriferro” in cemento sulle parti deteriorate.

Abbiamo letto e sentito interviste ad esperti, o pareri espressi da politici, che additavano questo o quello, imprese o singoli professionisti, alla ricerca dei responsabili. L’alternativa alla ricerca del colpevole umano è, normalmente, la ricerca delle cause di crolli in eventi naturali ed azione di agenti atmosferici, come il vento forte, l’acqua di mare, l’inquinamento delle piogge... Alle cause naturali di specifici eventi si aggiunge il traffico pesante che è aumentato, le vibrazioni del suono delle campane (nel caso del villaggio Prealpino), infiltrazioni d’acqua dovute a perdite negli impianti (così si diceva qualche anno fa per il crollo della pensilina del supermercato di via Porcellaga).

La ricerca del colpevole, o dei colpevoli, non fa mai i conti con il principale di tutti i responsabili: il cemento.

L’Italia si sgretola, semplicemente, perché il cemento è invecchiato e, come accade anche agli uomini, è debole per anzianità, si ammala, muore.

Dopo meno di 200 anni dalla sua invenzione, il cemento rivela la sua fragilità nell’affrontare il semplice scorrere del tempo. Non è un materiale duraturo. Non dura per sempre. Certamente meno di quanto potevamo aspettarci. Ce ne stiamo accorgendo, o dovremmo accorgercene, osservandolo nei tanti, tantissimi, casi di deterioramento e crollo. Inutile fare ottimi calcoli ingegneristici e mettere in opera grandi opere in cemento armato senza tener conto della sua durabilità. E, attenzione, che se anche potessimo conoscere l’esatta durata di un manufatto, per esempio 150 anni, va considerato che il suo invecchiamento, come per gli esseri umani, è progressivo. Dopo 50 anni dalla messa in opera le sue caratteristiche non saranno certamente quelle di quando aveva 18 anni.

Cosa fare allora? Come comportarsi? Demolire tutti i ponti e viadotti? E come ricostruirli? Chi paga? Chi si prende la responsabilità di far distruggere un ponte che è ancora in piedi e, magari, così a occhio, non sembra malato? Teniamo presente che la demolizione ha costi molto alti. La ricostruzione pure.

Già prima del crollo del ponte Morandi, avvenuto il 14 agosto 2018, il professor Raffaele Piero Galli spiegava in un librino (“La fine del cemento”) le problematiche legate al cemento armato e le qualità della cara vecchia calce. Sì perché, prima dell’invenzione del cemento, le case si costruivano lo stesso, con pietra e calce, mattoni e legno... Si sono costruiti paesi e città, ponti e campanili, prima che gli sperimentatori francesi e inglesi, di inizio Ottocento, inventassero una “pietra liquida”, rinforzata nella seconda metà del secolo con ferri di armatura, più rapida ed economica del metodo tradizionale per costruire ponti, case e grattacieli: il cemento Portland.

Oggi, il nuovo ponte Morandi, a riprova di come l’uomo sia lento a comprendere, e di come non si dia mai colpa a lui, si sta realizzando ancora in cemento armato. Meditiamo.

Raffaele Piero Galli, 17 gennaio 2020, Brescia

Aggiornato l'8 aprile 2020.

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Il libro è disponibile su Amazon e sulle principali piattaforme ebook e cartaceo ondemand

La fine del cemento. Torti e ragioni di una tecnologia fallimentare

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Igor Righetti: Dalla preistoria a Termostir

A chiunque fosse capitato di metter mano alla difficile ricerca storica sul “ferro da stiro”, mai sarebbe venuto in mente di iniziare dalla Preistoria.
Una sfida difficile, inconsueta, anacronistica e, per il lettore medio, certamente inaspettata. Ma chi conosce Igor Righetti, titolare del marchio Termostir, sa che è uomo di grandi imprese, che ama le sfide, come le stirature prolungate e senza sosta, o la lisciatura agevolata delle pieghe più ostinate. E ama quindi partire da lontano, dalle origini del mondo, per dimostrare a tutti, che ogni problema va affrontato alla radice e che ogni soluzione, di oggi, nasce da una riflessione sul passato, anche da quello più remoto.
Una sfida, certo, delineare una “storia del ferro da stiro“ di pari passo cronologico con la storia del mondo e dell’umanità. Ma una sfida da Igor Righetti concretamente superata, con intelligenza e caparbietà, in un testo di semplice lettura, lineare e leggero, a tratti divertente, da tenere sempre con voi, accanto all’asse da stiro.
Termostir parte quindi da lontano per giungere alla contemporaneità, stupire, e passare oltre, verso un futuro che, nel presente volume, si farà strada fra le pieghe dell’ultimo capitolo. Pieghe che andranno ben stirate, naturalmente.
Lasciamoci guidare quindi dal sapiente Igor Righetti, e con lui andiamo indietro nel tempo, precedendo l’epoca storica, fino a molto prima della nascita della scrittura.
Lo si può fare riflettendo e ragionando, tra i reperti archeologici, i testi scientifici e un pizzico di onesta fantasia, che ci porteranno a interessanti ipotesi, supposizioni e tesi ancora da dimostrare, frutto dell’ispirata mente del geniale Igor Righetti.

(dalla prefazione del Prof. Raffaele Piero Galli)

 

Igor Righetti. Dalla preistoria al Termostir 

ISBN 9788835325093

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Brescia Cuore. Le allegre storie di una città romantica

Brescia Cuore. Le allegre storie di una città romantica

di Francesca Dale

prefazione Nunzia Vallini

testi di Sara Dalena

organizzazione editoriale Simone Agnetti

fotografia di copertina Fabiana Zanola

collaborazione ai testi Piero Galli, Sandra Morelli, Viviana Filippini

si ringraziano Camilla Lazzari, Annarita Fausti, Graziano Pedersoli

Centro Culturale 999 - Brescia, febbraio 2018

 

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La torre scomparsa della Rotonda di Brescia

La torre scomparsa della Rotonda di Brescia

di Sara Dalena

 

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Medievalicron Libro 1 - Storia di Maddalena e Gabriele

Medievalicron Libro 1

Storia di Maddalena e Gabriele

di Simone E. Agnetti

Una cronaca medievale diventa un romanzo. Un delitto scatena vendette. Dal castello del Malnido di Villafranca a Genova, si svolgono fatti di sangue. Eserciti e signori si fronteggiano. Gabriele Malaspina è il protagonista di questo primo libro che racconta del Medioevo toscano, genovese e milanese.

 

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Arte, socialità, politica Articoli dell’“Avanti della Domenica” 1903-1907. Libro a cura di Paolo Bolpagni

Arte, socialità, politica

Arte, socialità, politica

Articoli dell’“Avanti della Domenica” 1903-1907

di Paolo Bolpagni


L’“Avanti della Domenica”, uscito tra il gennaio 1903 e il marzo 1907, fu uno dei periodici culturali più interessanti di quel primo decennio del Novecento che coincide con l’età giolittiana e della sinistra costituzionale: era un’“Italietta” che i fascisti ricorderanno poi con disdegno, ma che in realtà fu protagonista di grandi conquiste economiche e sociali, e che conobbe il primo autentico incremento del benessere collettivo.
Sono gli anni in cui si iscrive la vicenda editoriale di questo settimanale, che nacque come supplemento del quotidiano socialista “Avanti!” in diretta concorrenza con la borghese “Domenica del Corriere”; e, sotto la guida del suo giovane e coraggioso direttore Vittorio Piva (Belgirate, 1875 - Roma, 1907), venne a rendersi sempre più indipendente, fino a diventare, grazie alle innovazioni grafiche, contenutistiche e stilistiche, una delle riviste illustrate di punta nell’Italia di allora.

Questo libro, che si pone come ideale prosecuzione del precedente volume di Paolo Bolpagni L’arte nell’“Avanti della Domenica” 1903-1907, contiene un’antologia dei migliori articoli apparsi durante le cinque annate del periodico, con particolare riferimento ai temi inerenti all’arte, e al rapporto tra questa e le istanze del socialismo: recensioni di mostre, presentazioni critiche di scultori, pittori e incisori, testi di teoria estetica, polemiche su fatti di vita culturale. Autori erano letterati e giornalisti di valore, come lo stesso Vittorio Piva, Margherita Sarfatti, Giovanni Cena, Edmondo De Amicis, Guelfo Civinini (che sarà anche librettista per Puccini), Diego Garoglio, Goffredo Bellonci, Tomaso Monicelli (padre del regista Mario) e perfino Gabriele d’Annunzio.
Ne emerge il ritratto di un settimanale originale e battagliero, specchio dell’Italia di quegli anni: una rivista di area socialista, ma autonoma dalle direttive culturali del partito; non monolitica nella linea e nelle convinzioni espresse, ma generalmente tesa ad affermare il diritto a una creatività libera, senza subordinazioni a fini politici o di propaganda. Perché “l’unico carattere sociale che l’Arte può avere”, scrive Vittorio Piva nel maggio 1905, “è la bellezza, in tutti i suoi vari aspetti”.

Il libro è arricchito anche da un ampio apparato di indici e da due approfonditi testi introduttivi (sulla storia editoriale dell’“Avanti della Domenica” e sul ruolo ricopertovi dalla critica d’arte).

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Voci sul Duomo Vecchio, la sua torre, il suo tesoro

Sara Dalena indaga i segreti della torre perduta del Duomo di Brescia.

È risaputo che la torre aveva funzione di torre campanaria e che franò su se stessa nel 1708 a causa dell’incauto intervento dell’architetto Piantavigna che realizza il nuovo ingresso alla sua base, non calcolando che forare le pareti per aprire passaggi avrebbe indebolito la struttura di una torre che aveva un’altezza stimata tra i 46 ed i 53 metri. Si ipotizza che durante il vescovato di Berardo Maggi fu innalzata per parificarla alla torre del Pegol, alta circa 53 metri.
E normalmente non si va mai oltre nella descrizione della sua storia.

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