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Walls

dal 15 luglio al 7 agosto 2011
Casa Galleria di Germana Cavalli

Aliza Olmert

Women in Love_parte 2 - ciclo di mostre al femminile

La mostra

Aliza Olmert è artista complessa, sfaccettata. Dipinti, sculture, assemblaggi, installazioni, fotografie sono strumenti e mezzi diversi attraverso i quali si esplica la sua personalità creativa sensibilissima e originale, ricca di fremiti e risonanze.

Nella serie di opere recenti presentate nella Casa-Galleria Cavalli a Filetto ci troviamo di fronte a un esperimento interessante di trasfigurazione formale dei linguaggi urbani. “Walls” è il titolo prescelto per la mostra, perché Aliza Olmert si appropria dei prodotti di una creatività per così dire “sotterranea” e in parte “spontanea” (graffiti, scritte, tags di writers etc.), lasciati sui muri delle città quasi come tracce del mero “esserci” dei rispettivi autori. Ma l’artista, appunto, manipola al computer queste immagini e le finalizza alla manifestazione di un contenuto che si fa del tutto consapevole, ed esprime con intensità un’adesione palpitante, uno sguardo mai distaccato sul mondo e sulla società. Come se volesse “prendersi cura”.

È un tentativo di ripristinare un pensiero forte, un’idea di responsabilità civile nell’ambito dei linguaggi espressivi della contemporaneità. Un rifuggire dal puro gioco formale, dalla ricerca dello chic, dell’opera magari apparentemente provocatoria ma destinata ad arredare alla perfezione eleganti e asettici appartamenti newyorkesi. No, qui non c’è nulla di rassicurante, di raffinatamente inoffensivo: ci sono la tensione, la paura, la disarmonia, la “maleducazione”, il “cattivo odore”.

Un’“arte di realtà”, insomma; ma, attenzione, non di inchiesta. Aliza Olmert non è una documentarista: le sue immagini non sono mere testimonianze, ma palesano un ben preciso Kunstwollen, un’intenzionalità estetica complessa e ambiziosa. È un cocktail tellurico, dal sapore forte, eterogeneo, forse pure sgradevole. L’obiettivo, che a torto potrebbe sembrare contraddittorio, è proprio questo: coniugare arte e vita, ma senza sacrificare l’una all’altra.

Sfat ha kir (“La lingua dei muri”): così si intitola un libro recente di Alisa Olmert. Queste tre parole, credo, racchiudono il senso del suo pensare e fare, che ha in sé un concetto antico ed eterno: l’unione inestricabile di λόγος e τέχνη, ossia del contenuto e della forma. E quindi un’affermazione potente e orgogliosa dell’arte come linguaggio e comunicazione. Per riconoscere i muri, leggerli, interpretarli. E magari oltrepassarli.

Paolo Bolpagni – Storico dell’arte

Biografia

Aliza Olmert è nata in un campo per sfollati a Eschwege in Germania nel 1946; i suoi genitori erano sopravvissuti all’Olocausto di Łódź e la famiglia si trasferì nel 1949 in Israele.

Aliza è cresciuta a Ramat Gan e ha svolto il servizio militare come topografa nella Forze di Difesa Israeliane; ha incontrato suo marito, Ehud Olmert, alla Hebrew University di Gerusalemme dove, nel 1970, ha concluso gli studi. Dal 1985 al 1987 ha perfezionato gli studi alla Bezazel Academy of Arts di Gerusalemme.

Gli Olmert, impegnati in politica e attivi in ambito sociale e umanitario, vivono a Gerusalemme hanno cinque figli, uno dei quali adottato.

Oltre alla carriera nel settore sociale, rivolto in particolare ai bambini malati e immigrati, Aliza si occupa di arti visive, installazioni ambientali, teatro, cinema, fotografia e televisione, con frequenti esposizioni in Israele, Stati Uniti, Giappone e Europa.

Sito ufficiale: www.alisaolmert.com

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